Diritto di Famiglia

Sentenza n. 6919 emessa dalla I sezione della  Corte di Cassazione in data 16-02/08-04- 2016 con la quale si  controverte sul delicato tema della PAS.
Il caso da cui origina la pronuncia si incentra su un atteggiamento di rifiuto della figura paterna da parte della figlia, atteggiamento che aveva fatto sì che i giudici di primo e secondo grado avessero stabilito la collocazione della minore presso la madre e impedito la frequentazione del padre,  senza avere opportunamente accertato se, come asserito da quest’ultimo, l’atteggiamento della figlia fosse stato determinato da comportamenti denigratori  della madre nei confronti del padre stesso.
La Suprema Corte, nel cassare la sentenza della Corte d’Appello di Milano, ha enunciato il seguente importantissimo principio:
in tema di affidamento di figli minori, qualora un genitore denunci comportamenti dell’altro genitore, affidatario o collocatario, di allontanamento morale e materiale del figlio da sé, indicati come significativi di una PAS (sindrome di alienazione parentale), ai fini della modifica delle modalità di affidamento, il giudice di merito è tenuto ad accertare la veridicità in fatto dei suddetti comportamenti, utilizzando i comuni mezzi di prova, tipici e specifici della materia, incluse le presunzioni, ed a motivare adeguatamente/a prescindere dal giudizio astratto sulla validità o invalidità scientifica della suddetta patologia, tenuto conto che tra i requisiti di idoneità genitoriale rileva anche la capacità di preservare la continuità delle relazioni parentali con l’altro genitore, a tutela del diritto del figlio alla bigenitorialità e alla crescita equilibrata e serena.
(commento a cura dell’Avv. Anna Di Cosmo)


 

Sentenza n. 11882 emessa il 09-06-2015 dalla I sez. civ. della Corte di Cassazione con la quale si statuisce che non può essere ridotto l’assegno di mantenimento che l’ex coniuge deve garantire alla prole senza che il giudice tenga conto delle esigenze reali dei figli, modificate, a maggior ragione, in rapporto allo sviluppo e alla loro crescita, comparandole con le risorse economiche delle parti, con ciò osservando il precetto introdotto dalla L. n. 154/2013 novellatrice dell’art. 155/7° c.c.


 

Sentenza n. 11024 emessa il 28-05-2015 dalla I sezione civile della Corte di Cassazione con la quale si statuisce che se il coniuge è obbligato a mantenere la casa deve corrispondere anche le spese condominiali poiché “Non è sostenibile che tra le spese ordinarie e straordinarie relative ad un immobile non possano ricomprendersi, per limiti lessicali, anche le spese condominiali. Vero è invece il contrario, essendo il carattere della ordinarietà o straordinarietà del tutto indipendente dal carattere condominiale o individuale delle spese inerenti ad un immobile. Ciò che conta è, appunto, l’inerenza a quest’ultimo, e non è vero che tale inerenza difetti, quanto alle spese condominiali, per il solo fatto che esse attengono alle parti comuni dell’immobile, piuttosto che alle singole unità di proprietà individuale: vi osta la stretta connessione funzionale delle parti di proprietà comune con quelle di proprietà individuale. Del resto le stesse spese condominiali sono suscettibili di essere qualificate, a seconda dei casi, come ordinarie o straordinarie».


 

Ordinanza emessa in data 26-05-2015 dalla IX sez. civ. del Tribunale di Milano con la quale si afferma che nel caso in cui, in un procedimento di separazione giudiziale, in sede di udienza presidenziale, i coniugi raggiungano un accordo e sia disposta la trasformazione del rito in separazione consensuale – con prosecuzione del rito  in assenza di ordinanza ex art. 708 C.p.c. che autorizzi i coniugi a vivere separati – l’effetto della cessazione della comunione legale decorre dalla sottoscrizione del verbale di separazione consensuale, ciò che rileva ai fini dell’onere della pubblicità legale del relativo provvedimento: è quindi il citato verbale e non l’ordinanza di conversione del rito che deve essere comunicato all’ufficiale dello stato civile.


 

Ordinanza n. 2968 del Tribunale di Brescia, sezione lavoro, del 14-04-2015 con la quale si statuisce che ai lavoratori extracomunitari titolari del permesso Ce di lungo soggiorno  spettano gli assegni familiari non soltanto per i periodi nei quali gli stretti congiunti si trovano in Italia e anche se i parenti non sono residenti nel nostro Paese. In base alla direttiva 2003/109/CE, infatti, lo straniero lungosoggiornante è assimilabile al cittadino nazionale e quindi la legge italiana (nello specifico la L. n. 153/88), contrastante con tale direttiva, va disapplicata.

 

 

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